Una sera d’agosto

Forse qualcuno di voi se lo ricorda per questo pezzo qua. Fu un tormentone di livello internazionale. Poi Hevia non è più riuscito a replicar ma non è mica sparito.

Qualche sera fa si è esibito per un’oretta abbondante a Viggiano, un paesino della Val d’Agri a una ventina di minuti di macchina dal posto in cui sono cresciuto. Che poi definirlo un paesino non è nemmeno corretto perché è vero che conta poco meno di 2000 abitanti ma può permettersi di spendere centomila euro per assicurarsi le prestazioni canore di Gigi D’Alessio, essenzialmente perché ai suoi piedi si stende il giacimento petrolifero su terraferma più grande dell’Europa continentale. (Wikipedia dice che gli abitanti sono 3200 ma la metà di questi emigrarono ai quattro angoli del mondo quando ancora nessuno sapeva del petrolio). Nel Meridione Viggiano è conosciuta anche per la Madonna Nera, che si festeggia ogni settembre, e in cui onore D’Alessio ha per l’appunto cantato qualche anno fa.

Con i pozzi di estrazione luccicanti come alberi di Natale e tutto il complesso illuminato che quando lo osservi da vicino, di notte, sembra una stazione spaziale, il Centro Olio si vedeva distintamente dalla cima del Mandorleto, che è il posto magico nel quale il musicista asturiano ha tenuto il suo concerto di cornamuse, accompagnato da un pianoforte e dalla sorella alle percussioni (bravissima). Scrivo “Mandorleto” con la maiuscola perché si chiama così, ma siccome era pieno di alberi tutti uguali, credo di poter dedurre che si trattasse proprio di un piccolo appezzamento di mandorli (ne capisco poco di vegetali, si nota, eh?). Un posto dall’aspetto a metà strada fra un anfiteatro romano e il Getsemani, perfettamente in sintonia con l’atmosfera creata dalla musica.

Hevia ha un repertorio che spazia dagli inni religiosi ai canti popolari, agli arrangiamenti di brani più moderni, oltre ovviamente a quelli di cui è autore. Ha introdotto ogni brano con il racconto delle sue origini. Storie di miracolose statue di santi, di pellegrinaggi, di pazzie e di lupi. Dopo essere stato richiamato sul palco per il bis dagli applausi del pubblico, Hevia ha concluso il concerto con una stupenda versione per gaita di uno struggente tango di Carlos Gardel degli anni Trenta. Mentre ascoltavo mi è parso di averne già sentito la melodia in Volver di Almodòvar (gran bel film). Ho controllato in rete e in effetti quella “cantata” da Penelope Cruz (che Dio la protegga e benedica) è proprio una versione flamenca di quel tango argentino a firma di Estrella Morente.

Il tango di Gardel

La versione flamenca del film

La versione flamenca interpretata dalla Morente

La versione di Hevia

Passi d’autore #15: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi

 Può darsi che la nostra civiltà non riesca a superare la crisi attuale, e che, dopo una lunga agonia, dia luogo a formazioni più primitive e rozze. Non c’è nessun piano provvidenziale, nessuna necessità storica che ne imponga l’ulteriore prosecuzione. Se questa avrà luogo, sarà solo perché gli uomini sapranno concentrare attenzione e sforzi sufficienti per individuare i mali che la minano e per mettere in opera i necessari rimedi. E lo faranno, se ci terranno a conservare i principali valori che la compongono. Se non si attribuisce alcun valore alla libertà, cioè ad un tipo di società in cui gli individui non sieno strumenti di forze che li trascendono, ma autonomi centri di vita, se non si attribuisce valore alla giustizia, cioè a un tipo di società in cui la libertà non sia riservata a piccole minoranze privilegiate, ma sia un bene effettivo, e non solo formale, di cui dispongono strati sempre più vasti – non vale la pena di occuparsi della salvezza della nostra civiltà. Non è possibile dimostrare che questi fini debbano essere perseguiti e non tenteremo perciò di assumerci l’impossibile compito. “Questo discorso” per adoperare le parole di Meister Eckhart “non è detto per alcuno se non per chi lo chiama suo come la propria vita, od almeno lo possiede come una brama del cuore.”

Ma non basta tenere a quei valori. Ci si può tenere in modo irragionevole, non immaginandone la realizzazione altro che nelle forme vecchie o in forme unilateralmente consequenziarie. In ambedue i casi il risultato è, come si è visto, negativo, perché non si è saputo scorgere il ragionevole coordinamento dei fini e la costruzione adeguata dei mezzi.

[...]

Ma quest’ordine può anche essere creato in modo più conforme alle nostre esigenze fondamentali, mediante un ordinamento federale, il quale, pur lasciando a ogni singolo stato la possibilità di sviluppare la sua vita nazionale nel modo che meglio si adatta al grado e alle peculiarità della sua civiltà, sottragga alla sovranità di tutti gli stati associati i mezzi con cui possono far valere i loro particolarismi egoistici, crei ed amministri un corpo di leggi internazionali al quale tutti egualmente debbono essere sottomessi.

 I poteri di cui l’autorità federale deve disporre, sono quelli che garantiscono la fine definitiva delle politiche nazionali esclusiviste. Perciò la federazione deve avere l’esclusivo diritto di reclutare e di impiegare le forze armate (le quali dovrebbero anche avere il compito di tutela dell’ordine pubblico interno); di condurre la politica estera; di determinare i limiti amministrativi dei vari stati associati, in modo da soddisfare alle fondamentali esigenze nazionali e di sorvegliare a che non abbiano luogo soprusi sulle minoranze etniche; di provvedere alla totale abolizione delle barriere protezionistiche e di impedire che si ricostituiscano; di emettere un moneta unica federale; di assicurare la piena libertà di movimento di tutti i cittadini entro i confini della federazione; di amministrare tutte le colonie, cioè tutti i territori ancora incapaci di autonoma vita politica.

Per assolvere in modo efficace a questi compiti, la Federazione deve disporre di una magistratura federale, di un apparato amministrativo indipendente da quello dei singolo stati, del diritto di riscuotere direttamente dai cittadini le imposte necessarie per il suo funzionamento, di organi di legislazione e di controllo fondati sulla partecipazione diretta dei cittadini e non su rappresentanze degli stati federati.

[...]

Questi interessi ostili, molti forti all’inizio, quando fosse recente e perciò più cocente la perdita del potere, e più facilmente sfruttabile l’idiotismo nazionale ancor vigoroso, non troverebbero però alimento nella vita federale, e la loro curva sarebbe progressivamente declinante. I sentimenti nazionali, in quello che hanno di sano, non sarebbero necessariamente ostili. Man mano che divenisse chiaro come un normale sviluppo delle esigenze nazionali sarebbe garantito molto meglio da un imparziale ordine federale che dalla continua reciproca sopraffazione delle varie nazioni, i sentimenti nazionali andrebbero perdendo la loro virulenza e finirebbero col convivere pacificamente entro l’ambito federale.

[...]

Uno spettacolo analogo scorgiamo se volgiamo al campo della vita economica. Anche qui troveremmo una forte difficoltà iniziale destinata però a venir meno col tempo, da parte di coloro che traggono i guadagni dalle restrizioni economiche nazionali, da parte cioè dei dirigenti delle industrie che profittano delle autarchie, e di quegli strati di lavoratori agricoli e industriali i cui guadagni sono elevati grazie ai vari protezionismi. Valido sostegno all’unità fornirebbero invece quelle forze economiche paralizzate nelle loro iniziative dai restrizionismi nazionali, cioè quegli imprenditori che non contano, per far fruttare le loro imprese, su sussidi e su protezionismi, ma sull’esistenza di mercati grandi e ricchi, ed i lavoratori desiderosi di riottenere la piena libertà di movimento, per recarsi là dove il lavoro possa fruttare di più.

(da Il Manifesto di Ventotene, 1944)

Una storia triste

 L’ultimo salto mortale, l’estremo avvitamento. Durante la campagna elettorale per il sindaco di Potenza sono state raggiunte incredibili vette di assurdità.

Due note di contesto che aiutano a comprendere meglio.

Da anni la Basilicata è dominata politicamente dal PD, tant’è che a proposito si parla di “partito-regione”. Non a caso le ultime elezioni regionali sono state vinte da Marcello Pittella (sarà processato a breve per peculato) – fratello minore di Gianni, il vicepresidente dell’europarlamento, candidato per la quarta volta dai democratici all’emiciclo di Strasburgo in deroga al limite dei tre mandati (ha concrete possibilità di diventarne il Presidente) – nonostante tutti i casini giudiziari che hanno coinvolto la precedente giunta De Filippo (ora Sottosegretario alla Sanità nel governo Renzi). Tra l’altro il filone d’inchiesta sui rimborsi fasulli si sta allargando, fino a toccare anche alcuni attuali consiglieri. Insomma, un bel papocchio all’italiana.

Dunque, si vota per eleggere il prossimo sindaco di Potenza. Nel periodo precedente alla presentazione delle liste, il PD si è sfasciato (un’area del partito ha scelto il proprio candidato tramite primarie separate) cosicché esiste un candidato ufficiale, Luigi Petrone, e un candidato “ribelle” di quello che la stampa locale ha definito “l’altro centrosinistra”, che si chiama Roberto Falotico (anche lui a processo). Ora, siccome le precedenti amministrazioni cittadine hanno combinato solo disastri, tipo lasciare un buco di bilancio che secondo i più pessimisti si aggirerebbe intorno ai 190 milioni di euro, e anche in ossequio allo stupido sentimento popolare cavalcato e fomentato da Grillo secondo cui siccome in questi ultimi anni la politica ha fatto schifo sotto tutti i punti di vista allora l’Italia può ripartire solo grazie a persone che con la politica non c’entrano niente, il leitmotiv dell’intera campagna elettorale di tutti i candidati è stato il seguente: noi non siamo politici, noi facciamo parte della società civile (ho appena vomitato sulla tastiera del pc). O detto meglio: Io sono più nuovo di te, gné, gné, gné, gnéeeee. Una corsa a chi è più abile a smarcarsi da un passato di cui vergognarsi che non poteva non coinvolgere in primis il Pd stesso che la città l’ha guidata negli ultimi 5 anni.

E qui viene il bello. Una tv locale intervista Gaetano Fierro, ex sindaco di Potenza, che sostiene la candidatura di Petrone con Scelta Civica.

Giornalista: Nel corso della campagna elettorale il PD ha insistito molto nel dire che Petrone appartiene alla parte più nobile della società civile di Potenza (altro conato di vomito). Ma non le sembra che in realtà Petrone sia supportato proprio da quella stessa classe dirigente da cui il partito continua a rimarcare la distanza?

Fierro: Ma infatti noi di Scelta Civica sosteniamo Petrone a condizione che comunichi all’esterno con estrema chiarezza che lui non ha nulla da spartire con Santarsiero (sindaco uscente di Potenza, PD) e Fierro. Se ciò non dovesse accadere Scelta Civica cambierebbe atteggiamento.

Come dire: ti porto i voti solo se gridi in pubblico quanto ti faccio schifo.

Cartoline dal passato

Bastia Umbra, 5/12/06

Hanno tirato giù la campana della chiesa e ora sta in mezzo alla piazza, enorme, fuori posto. I vecchi la guardano rapiti, come bambini. Biciclette arrugginite passano lente, un tizio parla da solo sotto la sezione cadente del Partito Comunista. Qualcuno rutta forte al sole discreto di questa splendida giornata di dicembre. Un altro legge i necrologi affissi lungo il porticato, fra poco si celebrerà un funerale. Passa una bionda, il becchino si volta, la piazza sbadiglia e si addormenta. Adesso vado alla stazione a guardare la gente salire e scendere dai treni.

Idolo

 

Ieri pomeriggio. Taranto-Viggiano, 203 km. Quinta tappa del Giro 2014.

La via del petrolio, una lunga pista oleosa dalle raffinerie pugliesi fino ai pozzi che si ergono ai piedi della Madonna Nera, nella valle del fiume Agri. Il più grande giacimento petrolifero su terraferma d’Europa.

Un enorme Jolly Roger sventola da un balcone in cima al Gran Premio della Montagna.

Fisso per mezz’ora una curva, aspettando di veder spuntare i corridori. Potrei andare al bar per un caffè, lo so bene, manca ancora tanto. Ma ho paura che mi sfuggano sotto gli occhi. Così aspetto. L’adrenalina sale piano piano. Poi è volata, lo sguardo emozionato muove lentamente da sinistra a destra, ma non troppo lentamente. Sospendo per un attimo il respiro, il più forte alza le mani al cielo ed è finita. Le scintille mi restano addosso per un po’.

E infine lui. L’avevo già capito il tipo, un mattacchione. Poi quando ha srotolato lo striscione è diventato il mio idolo.

 

Primo maggio ad Amalfi

Il primo maggio quest’anno l’ho passato ad Amalfi insieme a tre amici. Uno di loro mi ha finalmente mandato le foto della giornata. In quella qui sopra si può vedere il Duomo: niente male, eh? La costiera amalfitana è un posto che ti risveglia dentro strane sensazioni. Partiti sotto una pioggia torrenziale (e noi giù a bestemmiare per la sfiga), siamo stati accolti da un sole rigenerante che è durato fino al tardo pomeriggio, scalfito solo dalla brezza marina che però si faceva sentire soprattutto sul lungomare. Lucertole verdi come smeraldi spaparanzate sui muretti di pietra celebravano il prossimo arrivo dell’estate.

A Cetara avevo già proposto a uno dei miei compagni di viaggio di trasferirci in loco, comprare una barchetta e vivere di pesca per il resto dei nostri giorni.

Se vi capita di andarci in un festivo, vi consiglio di lasciare l’auto ai primi borghi che incontrate sulla strada e procedere a piedi finché ce la fate, tanto la costiera è tutta incantevole e un posto vale l’altro. Trovare un parcheggio potrebbe rivelarsi impresa ardua e si rischia seriamente di beccare spiacevoli multe. In ogni caso il traffico sulle stradine tortuose vi costringerebbe a procedere a passo d’uomo, specie in prossimità dei centri abitati. Al ritorno abbiamo impiegato più di due ore per fare 30 chilometri. Così vi godete appieno i terrazzamenti di limoni e le rocce a picco sul mare. L’ho visto fare ai cazzutissimi turisti stranieri, tedeschi, svedesi, inglesi che a costo di ustionarsi le nuche lattee sfacchinavano zaino in spalla superando di slancio gli ostinati automobilisti italiani, i miei amici ed io compresi, che se non arrivano con la macchina precisamente fin dentro il punto indicato dal navigatore non si sentono soddisfatti.

Ovviamente, avendo qualche giorno a disposizione, la cosa migliore sarebbe visitarla con pazienza, la costiera: Vietri, Minori, Maiori, Furore, Ravello, Tramonti, Positano. Con un po’ di soldi in tasca, poi, la vacanza potrebbe trasformarsi in un sogno.

To Rome With…Yaaaawn!

In effetti siamo ai limiti del guardabile, ma il fatto che rappresenti una Roma che non esiste non c’entra niente. E’ proprio che il film è brutto, noioso, a tratti irritante. E pure recitato male, qua e là. M’è presa male e non ho finito di vederlo. Però, dai, la trovata della doccia è geniale, alleniana DOC.

Vabbè, quello che segue è un classico.

Con affetto e immutata stima, Woody.

L’Italia è un paese del cazzo

Ieri sera allo stadio Olimpico c’erano tutti i papaveri del calcio italiano. Gente che quando succedono cose come quelle successe a Roma corre in tv a ripetere le solite frasi logore, che non si tratta di tifosi ma di quattro delinquenti – sono molto più di quattro e comunque io uno che va regolarmente allo stadio, segue la squadra in trasferta e compra un abbonamento per assistere alle partite lo chiamo tifoso, e queste sottigliezze semantiche le lascio ai paraculi – che le pene devono essere severe, ecc. Gente che parla, parla ma non risolve mai niente, gente che sta lì da anni e si lamenta della condizione in cui versa il calcio italiano – quando non finge che tutto sommato la situazione sia migliore di come si cerca di farla apparire – come se loro non ne fossero minimamente responsabili. Un vero carattere distintivo della nostra povera patria.

Io della condizione del calcio italiano me ne sbatto alla grande, potrebbe tranquillamente sprofondare in una voragine insieme a tifosi (pur volendo ammettere la differenza che passa fra un ultras e un tifoso, ci tengo a precisare che il classico tifoso in genere è meno violento ma altrettanto stupido), presidenti, società, giornalisti specializzati, calciatori e adolescenziale senso d’appartenenza, e io non batterei ciglio. Il calcio inteso come sport mi piace, e parecchio pure, perché amo lo sport in generale. L’ho praticato per anni a livello dilettantistico ma tutto ciò che lo circonda mi dà la nausea. La domenica pomeriggio mi diverte discuterne per 15 minuti al bar, con gli amici, però tenendo sempre ben presente che trattasi di cazzate, di argomenti che non spostano gli equilibri del mondo e non rispondono alle grandi domande sul senso dell’esistenza. Puro divertissement, che ad ogni modo ha pure una sua importanza relativa nella vita delle persone, e ognuno si sceglie il proprio, quello che più gli stuzzica pancia e meningi.

Il problema è che in Italia il calcio ha sempre funzionato da ricettacolo delle frustrazioni nazionali, la carota da far annusare al popolino per mandargli in pappa il cervello e tenerlo a bada (conosco subumani che sfilano indignati per le strade della città quando la propria squadra del cuore perde tre partite di fila, ai quali però non c’è verso di scollare il culo dal divano quando si tratta di scendere in piazza per manifestare contro chi gli deruba tasche e futuro). E’ fin troppo banale sostenere che il calcio è la cartina al tornasole di un paese letteralmente a pezzi. Ma basta, non serve aggiungere altre parole a quelle già sprecate in queste ore, problema e soluzioni sono chiarissime.

Vorrei solo condividere con i miei due lettori i pensieri che mi sono passati per la testa ieri sera, davanti alla tv, mentre aspettavo che iniziasse Fiorentina-Napoli.

Io sono italiano perché sono nato in Italia. A questo infinitesimale punto dell’universo mi legano gli affetti familiari e il fatto di esserci cresciuto, i miei ricordi. Stop. Non nutro alcuna forma particolare di amore nei confronti di questa terra, mi fa sostanzialmente schifo e pena al contempo e le magnifiche opere d’arte che contiene, e gli stupendi paesaggi del cazzo che offre alla vista non possono compensare le tonnellate di merda che mi ha costretto ad inghiottire. D’altra parte ho smesso da tempo di aspettarmi qualcosa da chiunque, figurarsi dal “mio paese” (e col termine intendo i poteri e le istituzioni che lo governano e gli italiani stessi, grande popolo di ‘sta ceppa).

Sono pronto ad espatriare al primo treno utile per un posto normale, perché io in mezzo a questo orrido carnevale non mi riconosco e non mi ci trovo bene. Non mi riconosco in un paese che ha votato per vent’anni uno come Silvio Berlusconi, non mi riconosco in un paese che gli consente di salire al Colle nonostante sia stato condannato in via definitiva per frode fiscale. Non mi riconosco in un paese dove una come la Santanchè viene ancora invitata nei talk televisivi, dove un partito come quello della Lega viene preso sul serio e razzisti conclamati diventano ministri. Non mi riconosco nel paese della scuola Diaz. Nel paese dove ignoranza e volgarità valgono punti di merito, dove un tizio che indossa una maglietta con su scritto “Speziale libero” può bloccare una partita di calcio ed essere accettato dallo Stato come suo interlocutore.

Night train, bis

Se ne sta in piedi, la schiena poggiata al finestrino, aspettando che il treno fermi. Occhi grigi offuscati da una pena misteriosa, pelle color avorio e capelli di pece, ricci e vaporosi. Ha la faccia sbattuta e l’aspetto di una che non dorme da un paio di giorni. Indossa una giacca e una camicia che a stento contiene le forme generose. E sotto la giacca una gonna altezza ginocchio che scopre due gambe tonde, robuste. Le tinte degli abiti troppo accese e mal abbinate sono un pugno nell’occhio. La guardo riflessa nella porta del compartimento fingendo che lei se ne accorga. Ma non potrebbe accorgersene nemmeno se fosse telepatica. O forse mi sbaglio…

Nella carrozza siamo rimasti in cinque, lo sferragliare monotono e ovattato del treno culla i nostri sogni, ottunde i pensieri. In pausa dal mondo attraverso la notte fonda e senza tempo.

Il treno rallenta, entra in stazione, si ferma. Qualcuno si sveglia stropicciandosi gli occhi. Lei scende, il treno riparte.